Oristano

Storia di Oristano

La città di Oristano fu fondata nel 1070, quando in seguito alle continue incursioni dei Saraceni, commandati dal Re Museto, la Curia vescovile, presieduta dall'arcivescovo arborense Theoto, e la popolazione di Tharros abbandonarono la gloriosa città, fondata dai Fenici nell'VIII° secolo a.C. e colonizzata successivamente dai Greci, Punici, Romani, Vandali e Bizantini, per spostarsi all'interno del territorio, ove trovare una maggiore protezione dalle secolari invasioni straniere.

Il trasferimento, avvenuto per decisione del Re Orzocco de Zori e portato a termine, in seguito, da sua nipote la principessa Nibata, comportò anche il trasporto di gran parte di materiale costruttivo per le nuove abitazioni, per lo più blocchi di arenaria, così che l'avvenimento viene ricordato con l'espressione "portant de Tharros sa perda a carros" (portano da Tharros la pietra con i carri).

A quel tempo, esisteva già un villaggio rurale di contadini e pescatori presso il promontorio di San Pietro, "su cuccuru de santu Pedru", nella periferia Ovest dell'attuale città, dal quale si sviluppò il nuovo agglomerato urbano. La nuova città venne chiamata dapprima Maristanis (fra il mare e gli stagni perchè è circondata da tante zone lagunari) e successivamente Aristanis.

La città di Aristanis era chiamata anche "Portu" o "Lacus", in riferimento al circuito interno alle mura cittadine. All'esterno delle mura erano presenti cinque sobborghi: "sa Maddalena" (la Maddalena), "su Brugu" (Nono), "Pontixeddu" (Ponticello), "santu Lazzaru" (san Lazzaro), e infine il sobborgo "is Crogioaxus" (Vasai).

Nel XII°, ebbe inizio una grande fase di urbanizzazione, con la costruzione di edifici in stile romanico, come la cattedrale di Santa Giusta, e successivamente in stile gotico al quale risalgono le mura e le torri della città. Il Medioevo oristanese fu caratterizzato da sanguinose guerre tra il Giudicato arborense e gli altri Regni sardi. Nel 1198 il Giudicato d'Arborea venne invaso dal Giudice di Cagliari Guglielmo I° Salusio IV° spargendo distruzione ovunque.

La città fu presto ristrutturata dai successivi Giudici arborensi del XIII° e XIV° secolo che migliorarono le antiche fortificazioni, erette dal Giudice Barisone, attraverso la costruzione di circa ventotto torri e l'innalzamento delle mura cittadine fino ai dieci-quindici metri. Oristano, capitale del Giudicato d'Arborea, ebbe il suo massimo splendore nel periodo di governo di Mariano IV° e della figlia Eleonora d'Arborea, durante i quali la città controllava quasi tutta la Sardegna ad eccezzione di Cagliari e Alghero.

Eleonora d'Arborea, una delle più significative figure femminili della storia medioevale, visse tra il 1340 e il 1404, divenne sposa del genovese Brancaleone Doria e fu Giudicessa d'Arborea dal 1383 fino alla sua morte. Condottiera di grande spessore, contrastò tenacemente i tentativi degli spagnoli di conquistare l'Isola, ma la sua fama è legata alla promulgazione della "Carta de Logu", un codice delle Leggi che rappresenta la sintesi di un'idea di Stato certamente "sardo" ma con evidenti influssi di derivazione romana.

La "Carta de Logu", in tre codici (civile, penale e rurale) comprende 198 capitoli che poneva particolare attenzione alla famiglia, alla condizione della donna, al territorio e all'ambiente, all'istituzione di princìpi giuridici moderni con la pluralità di gradi di giudizio. Una istituzione veramente innovativa che rappresenterà la Legge durante il periodo della dominazione spagnola, e in parte di quella Sabauda, sino al 1827, anno di promulgazione del Codice di Leggi civili e Criminali emanato da Carlo Felice.

Nel periodo giudicale l'assetto urbanistico era di carattere medioevale, con le case disposte in modo compatto all'interno delle mura, con le caratteristiche strade strette e tortuose e le piccole piazze. Le case della gente povera erano basse e costruite con mattone cotto (ladiri), con orti e giardini retrostanti, mentre le case borghesi erano più appariscenti e signorili. Il centro amministrativo si trovava nei pressi della "Porta Mare", nella attuale piazza Manno con sede nella Reggia Giudicale, in passato denominata "sa Majorìa", mentre il centro commerciale si sviluppava presso la "Porta Pontis", o "Porta Manna", nella attuale piazza Roma.

Questo assetto urbanistico rimase intatto fino alla seconda metà del XIX° secolo quando furono apportati radicali cambiamenti, come la trasformazione delle strette viuzze del centro storico nell'attuale conformazione di corso Umberto, della piazza Eleonora e di altre vie e piazze attigue. Ulteriori ampliamenti proseguirono all'inizio del XX° secolo, con l'abbattimento della torre della "Porta Mare", detta anche torre di san Filippo, gemella della torre di San Cristoforo o "Porta Manna" sita nella piazza Roma, e delle mura attigue e con la realizzazione della piazzetta Corrias

Nel 1324 il Giudicato di Arborea si alleò con i Catalano-Aragonesi, dopo che questi ultimi sbarcarono sull'Isola con l'intento di conquistare i possedimenti pisani per la creazione del Regno di Sardegna, per poi passare a contrastare lungamente gli stessi attraverso una lunga e sanguinosa guerra condotta dal Giudice Mariano IV° (1347-1375) e dai suoi valorosi figli Ugone III° (1376-1383) ed Eleonora (1383-1404). L'esito dei numerosi scontri cruenti, purtroppo, depose a favore degli Aragonesi.

Conquistato nel 1420, il Giudicato di Arborea fu trasformato in Marchesato retto da Leonardo Cubello, discendente da Ugone II° di Arborea. Leonardo Alagon, ultimo Marchese di Oristano, tentò di rivendicare i propri territori dal Vice Re, ma nel 1478 a Macomer il suo esercito subì una pesantissima sconfitta e il Marchesato fu annesso definitivamente alla Corona d'Aragona. Il titolo di Marchese di Oristano venne assunto a partire da tale data dai Re d'Aragona e ancora oggi appartiene ai Re di Spagna.

Con la sconfitta di Macomer del 1478, Il Giudicato di Arborea, il più longevo dei Giudicati sardi, cessò di esistere quando l'ultimo sovrano di Arborea, Guglielmo III° di Narbona, cedette quel che rimaneva dell'antico Regno alla Corona aragonese per 100.000 fiorini d'oro. Iniziò, quindi, il periodo dell'incontrastato dominio spagnolo, che unito alle continue epidemie di peste e scorrerie piratesche portò l'Isola ad un inevitabile declino.

Oristano, alla fine del 1600, divenne l'ultima fra le città Regie della Sardegna. Da quel momento, 15 agosto 1479, Oristano seguì la comune storia della Sardegna iberica. Il 21 febbraio 1637, durante la guerra dei Trent'anni, una flotta francese di quarantasette vascelli, al comando di Enrico di Lorena, Conte di Harcourt, sbarcò nei pressi di Oristano e saccheggiò la città per circa una settimana, distruggendo quasi per intero l'Achivio storico dove erano custoditi anche i documenti che testimoniavano lo sviluppo storico della sartiglia.

Non volendo poi affrontare le milizie del Regno di Sardegna che arrivavano in soccorso della città assalita, i francesi si ritirarono precipitosamente, abbandonando anche gli stendardi che oggi sono custoditi nella cattedrale di Santa Maria. Dal 1720 Oristano, come il resto dell'Isola, passò alla dinastia Savoia in seguito al trattato di Londra. La situazione non migliorò e la città, privata delle funzioni amministrative, venne lasciata all'abbandono totale.

Il primo Re di Sardegna della Casa Savoia fu Amedeo II°, che diresse la sua attenzione a tenere sotto controllo l'Isola e a garantirne l'ordine interno. Nella seconda metà del XVIII° secolo, con l'insediamento del Re Carlo Emanuele III°, l'atteggiamento politico si indirizzò verso un reale cambiamento delle condizioni dell'Isola. Il clima di malcontento della popolazione sfociò in un movimento di rivolta: per la prima volta, dopo secoli, le popolazioni rurali e urbane decisero di lottare per conquistare condizioni di vita migliori.

Nel 1839 il Re Carlo Alberto decise di abolire il feudalesimo ma allo stesso tempo, per non scontentare la nobiltà feudale, stabilì che i nobili fossero ripagati dalla perdita delle rendite feudali con un compenso che fu addebitato alle comunità rurali che dovettero pagare a caro prezzo la loro libertà. Nel 1847, su richiesta delle classi dirigenti sarde, ci fu l'unificazione di Sardegna e Piemonte sotto un unica legislazione. L'Isola rinunciò alla propria autonomia a patto di accettare Leggi e metodi di amministrazione diversi da quelli che avevano regolato per secoli la sua vita.

Nel 1861 con l'unificazione del Regno, la Sardegna è passata alla dominazione italiana sotto il governo di Roma guidato da una classe politica vergognosamente incapace di far progredire la popolazione sarda all'unisono con gli altri popoli del continente. La Sardegna è stata annessa forzatamente ad una società lungi dall'essere ancora civile e sopprattutto distinta e distante da un popolo che, martoriato dalle secolari dominazioni, ha mantenuto sempre viva nel proprio cuore una cultura indipendente e che viene considerato, come fecero gli antichi Romani, solo per la riscossione dei tributi. Insomma, come si suol dire, dalla padella alla brace. Un giro immenso per ritornare, dopo tante sofferenze, sotto la dominazione di Roma.

Monumenti

La città di Oristano è particolarmente ricca di monumenti che si trovano quasi tutti all'interno della città storica. Fra i più importanti è da annoverare la statua di Eleonora d'Arborea, dedicata alla Giudicessa oristanese, vissuta a cavallo tra il 1300 e i primi del 1400, famosa per aver dato alla comunità oristanese la "Carta de Logu", una sorta di ordinamento giuridico che regolava la vita sociale del tempo. La statua, eretta nella piazza omonima, fu realizzata dallo scultore Ulisse Cambi ed inaugurata nel 1881.

Di fronte alla statua di Eleonora, si erge il palazzo degli Scolopi. Originariamente convento dei Padri scolopi, poi, ristrutturato nel secolo scorso dall'architetto Antonio Cano, divenne sede del Tribunale ed oggi dell'Amministrazione comunale della città. All'interno di questo edificio si trova quella che un tempo era una chiesetta ottocentesca dedicata a san Vincenzo ed oggi adibita ad aula Consiliare del Comune.

Sempre nella piazza Eleonora, sorge il palazzo Carta, edificato in stile neoclassico, il palazzo Mameli e il palazzo Corrias. Nel corso Umberto, meglio conosciuta dagli oristanesi come la "via dritta", si trova quella che fu anche la sede del Marchese D'Arcais: il palazzo Siviero risalente al XVIII° secolo, finemente impreziosito da una splendida cupola policroma.

Al termine della "via dritta" che congiunge la piazza Eleonora con l'altra piazza principale della città, la piazza Roma, si erge maestosa la torre di san Cristoforo, o "Porta Manna". La torre, che dal 1430 è stata arrichita con l'inserimento nella parte più alta di una grande campana, fu fatta edificare dal Giudice Mariano II° nel XIII° secolo come porta di accesso principale alla città storica.

È l'unica traccia della cinta muraria cittadina andata distrutta, in parte anche per non meglio precisate esigenze di ammodernamento del piano regolatore che denunciano una profonda insensibilità nei confronti del prezioso patrimonio architettonico e culturale della città. In conseguenza di tali sconsiderate azioni, oggi siamo costretti ad "ammirare" l'obrobrioso palazzo "so.ti.co" impietosamente sovrastare l'antica torre di Mariano II°.

Purtroppo dobbiamo segnalare che lo stesso destino è toccato anche alla "Porta a Mari" (Porta al mare), l'altra porta di accesso, gemella di quella sita in piazza Roma, che si trovava nell'odierna piazza Mannu e che delimitava le cinta murarie nella parte Ovest della città. Anch'essa fu costruita su iniziativa del Giudice Mariano II° nel XIII° secolo, periodo in cui i traffici commerciali provvenienti dal mare erano molto intensi, per cui si sentiva la necessità di proteggere la città da possibili attacchi. Nella stessa piazza Manno si trova anche l'antico palazzo giudicale, nei tempi recenti ristrutturato completamente per essere (purtroppo) adibito a Casa Circondariale. Di queste enormi perdite, oggi ne possiamo ammirare la bellezza solo attraverso fotografie sbiadite e nostalgiche.

Lungo la via Vittorio Emanulele, troviamo il palazzo Arcivescovile, edificio costruito dai Piemontesi e ristrutturato ai primi del XX° secolo. All'interno di questo edificio si trova un altare su cui è sistemata una statua della Madonna col Bambino Gesù, creata dall'artista Memmo di Filippuccio. Adiacente questo edificio si trova la Cattedrale di santa Maria Assunta, un tempo anche luogo di sepoltura della famiglia dei Giudici d'Arborea, a fianco della quale si eleva un imponente campanile a pianta ottagonale risalente al 1400.

Il duomo fu edificato su fondamenta più antiche, del 1228, in stile gotico, ad opera di artisti lombardi, e successivamente più volte ristrutturato, di cui la più radicale avvenne intorno al 1700, stravolgendone completamente lo stile originario. All'interno, fanno bella esposizione preziose produzioni artistiche: una statua lignea raffigurante l'Annunciata prodotta dall'artista Nino Pisano nel 1300; un retablo in legno policromo del 1700 opera di artisti spagnoli; quattro stendardi sottratti ai Francesi nel XVII° secolo, quando, nel tentativo di conquistare la città, furono sconfitti duramente. Nell'aula capitolare del Duomo è custodito anche un tesoro, di inestimabile valore, composto da varie tele del 1700, paramenti sacri e argenterie varie.

Nei paraggi si trovano: il Seminario Tridentino, edificio risalente al XVIII° secolo; la piccola chiesa della santissima Trinità, eretta intorno al XVIII° secolo; la chiesa di san Francesco, costruita nel 1250 in stile neoclassico. Questa, distrutta nel XIX° secolo, fu ricostruita completamente intorno al 1840 dall'architetto Gaetano Cima. Al suo interno viene custodito un prezioso capolavoro di arte catalano-renana: il crocifisso in legno policromo detto di Nicodemo, risalente al XV° secolo; una statua marmorea raffigurante san Basilio realizzata dall'artista Nino Pisano; un retablo raffigurante san Francesco che riceve le stimate, realizzato dall'artista Piero Cavaro, nel 1533. Nelle immediate vicinanze si trova un'altra chiesa sconsacrata, un tempo adibita ad ospedale cittadino ed oggi a pinacoteca comunale: la chiesa di san Mauro Abate.

Sempre nelle vicinanze si trova il palazzo De Castro, risalente al XVI° secolo, che fu sede di abitazione dello scrittore-storico Salvatorangelo De Castro. Non molto distante, nella via Lamarmora, troviamo: la chiesa di san Domenico, del XVII° secolo, oggi sconsacrata e caratterizzata da evidenti elementi gotici; il convento delle suore Capuccine e la chiesa di santa Lucia.

Nella via del Carmine si trova la meravigliosa chiesa di Nostra Signora del Carmine, edificata nel XVIII° secolo, adiacente ad un convento in stile barocchetto-piemontese: l'ex complesso conventuale dei Carmelitani, chiamato il chiostro del Carmine, oggi adibito a sede universitaria e luogo ospitante diverse mostre. Lungo la via Parpaglia, troviamo quella che un tempo fu la casa di Eleonora d'Arborea e l'ottocentesco palazzo Parpaglia, dal 1992 sede dell'Antiquarium arborense.

Nella via Garibaldi, troviamo la chiesa di santa Chiara, costruita intorno al 1343, all'interno della quale si possono ammirare delle mensole gotiche che reggono la cantoria con telamoni e figure zoomorfiche intagliate; sempre all'interno di quest'antichissma chiesa sono state rinvenute, le spoglie di Costanza di Saluzzo, sposa di uno dei Giudici d'Arborea. Al termine della via, si trova la torre di Portixedda, che un tempo controllava l'entrata in città dalla parte Sud-Est.

Fuori le mura, lungo il viale san Martino, si raggiunge un monumento gotico di straordinaria importanza: l'antica chiesa di san Martino, risalente al XIII° secolo e più volte rimaneggiata con l'aggiunta di nuove cappelle di cui, in una di queste, un tempo, venivano reclusi i condannati a morte. Al suo interno si possono ammirare due pregiate opere in legno: la statua del Cristo morto, del XV° secolo, e l'altare della Madonna del Rosario. Adiacente la chiesa si trova l'ex ospedale civile, un tempo convento benedettino, poi domenicano ed oggi adibito a ricovero per anziani.

Nell'estrema periferia Ovest della città, si trova la chiesetta di san Giovanni Battista, risalente al XIV° secolo, ristrutturata nel XVI° secolo, proprietà del "Gremio dei contadini". Dall'altra parte della città, nel quartiere popolare "su Brugu" (il Borgo) si trova la chiesa di sant'Efisio, edificata nel XVII° secolo. Nella borgata di Silì, si trova, invece, l'antica chiesa della Maddalena, con annesso il relativo convento.

Nella periferia Nord-Ovest della città, invece, si trova la chiesa della Madonna del Rimedio realizzata in stile gotico nell'XI° secolo e caratterizzata da una volta a crociera gemmata e da una balaustra composta da due parti di un ambone romanico. All'interno di questa meravigliosa chiesa, sopra l'altare è sistemata una bella statua della Madonna, scolpita in marmo nel XIV° secolo.

Monumenti in provincia di Oristano

La provincia di Oristano è molto ricca di monumenti. Si tratta in particolar modo di chiese molto antiche e di particolare interesse storico architettonico e culturale. Ma fra di essi tovano menzione anche il castello di Monreale, a San Gavino e il castello di Malaspina, a Bosa, due delle Regie del Giudicato di Arborea, preziosi ricordi di un fulgido periodo storico di Oristano.

Anche il castello di Sanluri (monumento-museo che "vive" ancora come dice il proprietario il Conte di Villa Santa) è da annoverare fra le bellezze monumentali, ma per la sua importanza storica lo trattiamo separatamente di sotto. Il castello di Monreale e il castello di Sanluri, sebbene siano siti nella provincia del Medio-Campidano, vengono ugualmente trattati in quanto nel Medioevo, epoca in cui furono edificati, facevano parte integrante del Giudicato di Arborea.

Castello di Sanluri

L'epoca giudicale ci ha lasciato dei monumenti di splendida bellezza, ma alcuni di questi si trovano ai margini dell'antico territorio del Giudicato d'Arborea, come il castello di Monreale (San Gavino) e il castello dei Malaspina (Bosa). Ma il più bello e tenuto in ottimo stato di conservazione è il castello di Sanluri, di proprietà della dinastia dei Conti Villa Santa ed oggi adibito a museo.

Questo castello fu eretto nel 1197, agli albori del periodo medioevale, in una zona al confine con il Giudicato di Karalis (Cagliari) per difendere il Giudicato di Arborea dagli assalti delle Repubbliche marinare di Pisa e Genova e dalle armate Catalano-Aragonesi. Fu occupato fra il 1324 e il 1325 dale truppe Aragonesi che avevano già conquistato Cagliari. L'11 luglio 1355, Re Pietro IV°, detto "il Cerimonioso", dopo avervi firmato la pace con Mariano IV° d'Arborea, in seguito ad un breve ma sanguinoso conflitto, prevedendo nuove lotte per la supremazia nell'Isola, dispose che il castello fosse restaurato ed ampliato ed inserito in una erigenda fortezza poligonale.

Questa, protetta da un muro di cinta lungo 1550 metri, dominata da 15 torri, comprendeva un'area di 16 ettari. Nell'autunno del 1365, Mariano IV° vi pose assedio quando la cerchia delle mura non era stata ancora ultimata, per cui nel successivo gennaio questa venne occupata.

La Giudicessa Eleonora d'Arborea, col trattato del gennaio 1388 stipulato con il Re Giovanni I°, detto "il Cacciatore", la restituì agli Aragonesi per ottenere, solo due anni più tardi, la liberazione del marito Brancaleone Doria, precedentemente da loro catturato. Egli, comunque, la riconquistò nel settembre 1390.

Martino "il Giovane", Infante d'Aragona e Re di Sicilia, sbarcato a Cagliari il 6 ottobre 1408, alla testa di un esercito di 8000 fanti e 3000 cavalieri, il 30 giugno 1409 sconfisse in battaglia le forze giudicali (circa 15000 fanti e 3000 cavalieri) schierate sul collinoso ed impervio promontorio denominato su bruncu de sa battalla e guidate dal Giudice Guglielmo III° di Narbona.

Questi, ripiegando, perse lo stendardo e trovò rifugio nel castello di Monreale, poco distante da lì. La sanguinosa battaglia si concluse tragicamente a "s'Occidroxiu", con la strage di 5000 sardi e la cattura di 4000 prigionieri. Nella fortezza di Sanluri, sia i componenti della guarnigione che quanti vi si erano rifugiati (circa 900 persone), gli uomini vennero trucidati e le donne vennero ridotte in schiavitù. Il vincitore, Martino, debilitato dai lascivi, letali amplessi con una delle prigioniere, detta la "bella di Sanluri", colpito dalla malaria, venne trasportato a Cagliari dove morì il 25 luglio e sepolto nella locale cattedrale.

Con la caduta del Giudicato d'Arborea, il castello divenne, nel 1436, sede feudale del visconte di Sanluri e la fortezza si trasformò in borgo. Il titolo di visconte venne prima conferito ai Dessena (della famiglia Piccolomini), passò nel 1478 ai valenzani fratelli Castelvi e nel 1723, per successione, agli Aymerich conti di Villamar e marchesi di Laconi. Nel 1839, con la soppressione del feudo da parte di Re Carlo Alberto di Savoia, iniziò per il castello un periodo di crescente abbandono.

Nel 1927, il generale conte Nino Villa Santa (1884-1960), dopo importanti restauri eseguiti in precedenza, destinò il maniero a sede del "Museo Risorgimentale" in memoria dei Sardi ovunque caduti per la Patria, per custodire i preziosi cimeli che il Duca d'Aosta, Emanuele Filiberto (1869-1931) comandante dell'invitta 3° armata, volle trasferirvi dalla regia di Capodimonte.

Con la scomparsa del generale Villa Santa, i due figli Emanuele Filiberto e Alberto, ne hanno continuato l'opera affrontando onerosi lavori di restauro quali la ricostruzione dei lavori del pavimenro del Salone di Giustizia ed il rafforzamento delle fondazioni perimetrali.

Antiquarium Arborense

Il museo di Oristano, meglio conosciuto come l'Antiquarium Arborense, è il museo più importante della Sardegna, nel quale sono conservati reperti molto antichi, di grande importanza storica, artistica e culturale e risalenti all'età neolitica, nuragica, punica, romana, fino al più recente Medioevo. Il museo è articolato in due sezioni archeologiche:

la prima sezione espone reperti preistorici risalenti al periodo che va dal IV° millennio a.C. in poi, materiali protostorici e nuragici;

la seconda sezione, espone tutti i reperti fenicio-punici e romani provenienti da collezioni private di Oristano.

Al piano superiore vi sono tutti i reperti romani e anche uno splendido plastico ricostruttivo della città di Tharros nel IV° secolo d.C., periodo del suo massimo sviluppo. Dei periodi più antichi (il Neolitico e l'Eneolitico) si conservano numerosi strumenti di industria litica, in particolar modo in ossidiana, mentre l'Età nuragica è rappresentata da manufatti in ceramica di varie fogge, risalenti al Bronzo Recente e Finale (1200-900 a.C.) e alla prima Età del Ferro (900-500 a.C.). Oltre ai manufatti litici sono custoditi alcuni oggetti d'uso e armi di bronzo. Numerosi sono i materiali dell'epoca fenicia, composti prevalentemente da ceramiche risalenti fino al VIII° secolo a.C. (periodo in cui i Fenici si insediarono a Tharros) e da materiali metallici provenienti dalle necropoli.

All'Età punica, risalgono le terrecotte figurate, tra le quali spicca la celebre maschera apotropaica, divenuta il simbolo del Museo. All'Età romana, iniziata in Sardegna nella seconda metà del III° secolo a.C., risalgono reperti di varie tipologie ceramiche. All'Età repubblicana risalgono varie produzioni in vernice nera, vari manufatti in sigillata, una ricca collezione di lucerne, da quelle a forma di tazzina fino a quelle tardoantiche, foggiate a matrice. All'Età imperiale risalgono le piccole forme a "pareti sottili" e la ceramica comune. All'Età vandalica e all'Età bizantina possono, invece, attribuirsi piatti e coppe, brocchette costolate, lucerne con simboli cristiani e giudaici prive di decorazione.

Museo civico di Cabras

Il Museo civico di Cabras ospita un'ampia raccolta di reperti archeologici che ci consentono di ripercorrere la millenaria storia della penisola del Sinis, una vasta regione distesa a Nord-Ovest del Golfo di Oristano. Il museo è diviso in due sezioni:

La prima è dedicata alla località di "Cuccuru is Arrius", sita lungo la sponda meridionale dello stagno di Cabras, dove recenti scavi hanno portato alla luce fasi di frequentazione intensa in età preistorica.

La seconda è riservata all'antica città di Tharros, situata all'estremità meridionale della penisola del Sinis.

I materiali provenienti da "Cuccuru is Arrius" documentano la vita locale dalla preistoria fino all'età Romana. Della Necropoli ipogeica, risalente al Neolitico Medio (IV° millennio a.C.), sono esposti materiali di corredo, costituiti da statuine femminili in pietra, vasi in ceramica, collane e strumenti in ossidiana.

Particolarmente significativi i reperti che illustrano le successive fasi abitative del Neolitico Superiore (IV°-III° millennio a.C.): ceramiche lisce e decorate, idoletti fittili e in marmo, strumenti in selce e in ossidiana, accettine levigate in pietra verde, punteruoli in rame. Statuine fittili femminili e altri oggetti votivi rinvenuti nell'area del Tempio e pozzo nuragico, ne testimoniano il riutilizzo come sede di un culto agrario in età romano-repubblicana (III°-I° sec. a.C.).

I materiali di una Necropoli di Età imperiale romana (I°-III° sec. d.C.) riguardano le ultime fasi di vita dell'insediamento. Nella sezione riservata a Tharros, ampio spazio è riservato alla documentazione del toffet, il tipico santuario fenicio-punico, da cui provengono le numerose urne in ceramica e le stele in arenaria.

Oltre ai materiali ceramici, ai frammenti di terrecotte e di vasetti in pasta vitrea, di particolare interesse sono le scorie di ferro che testimoniano l'intensa attività metallurgica che si svolgeva in Età punica. La Tharros romana e paleocristiana è documentata da materiali ceramici, vitrei e lapidei, tra cui alcune teste e frammenti architettonici in marmo.

Archeologia

I siti archeologici sono da considerarsi dei veri e propri musei a cielo aperto che testimoniano la presenza di numerosi insediamenti umani molto antichi, risalenti a circa il VI° millennio a.C., rinvenuti nelle aree sepolcrali di "Conca 'e Illonis" e "Cuccuru is Arrius", diffuse lungo tutta la penisola del Sinis. Le "domus de janas", piccole grotte artificiali scavate nella roccia, e i dolmen, un tipo di sepoltura megalitica, risalgono, invece, al periodo neolitico.

La civiltà dei nuraghi, costruzioni tronco-coniche realizzate in funzione della difesa dei villaggi, iniziò a diffondersi nel XV° secolo a.C., nell'Età del Bronzo antico (1800-1500 a.C.), per avere il periodo di maggior fulgore nel Bronzo medio (1500-1200 a.C.). I più famosi nella zona sono il nuraghe "Nuracale" nei pressi di Scano Montiferro, il nuraghe "Baboe Cabitza" sul promontorio di Capo San Marco, il nuraghe "Losa" nei pressi di Abbasanta, e un nuraghe denominato "Domu Beccia" nei pressi di Uras.

A questo periodo storico risalgono anche le tombe dei giganti situate nell'area di Cornus, nei pressi di Santa Caterina di Pitinurri, e i templi a pozzo, come quello sito in località "Santa Cristina" nei pressi di Paulilatino.

Gli insediamenti più popolosi si ebbero quando i mercanti fenici iniziarono i primi sbarchi in Sardegna. Nella penisola del Sinis fondarono un centro come approdo dei loro traffici commerciali, la città di Tharros, di cui oggi rimangono importanti resti archeologici.

Abitata da pescatori e da contadini, fu abbandonata, per sfuggire alle sempre più frequenti incursioni che intorno all'anno Mille venivano perpetrate dai Mori, comandate dal Re Museto. Tharros, progenitrice della futura Oristano, era una città molto fiorente, sita in un punto strategico dal punto di vista militare e commerciale, luogo di incontro tra genti e culture provenienti da ogni parte del Mediterraneo.

Tharros era un luogo molto ambito da vari popoli, infatti, dopo le guerre puniche divenne terra di conquista dei Cartaginesi e dei Romani. Al tentativo di occupazione di questi invasori gli abitanti di Tharros resistettero con tenacia ma dai quali furono duramente sconfitti nella battaglia tenutasi in una località chiamata "Cornus", nei pressi di Santa Caterina di Pittinuri. Il periodo di dominazione romana ci ha lasciato alcune costruzioni di importante rilievo come testimonia il ponte rinvenuto nella laguna di Santa Giusta e l'edificio termale (Aquae Ypsitanae), sito in località di Fordongianus (Forum Traiani).

Artigianato

L'artigianato sardo, caratterizzato dalla sua originalità e semplicità, ha origini ancestrali che risalgono fino alla preistoria: al periodo preneolitico risalgono i vasi in sughero, ancora oggi molto utilizzati dai nostri pastori; al periodo neolitico si fanno risalire le stuoie prodotte nei villaggi dei pescatori; all'età nuragica, l'orbace e le maschere lignee. Al periodo romano, la brocca, la fiaschetta e la "scivedda" (caratteristico contenitore presente in molte cucine sarde); nel periodo bizantino si introdussero nella tessitura motivi caratteristici propri dell'arte orientale quali l'albero della vita, i pavoni, le aquile e le colombe, oltre alle decorazioni delle cassapanche nuziali, dei gioielli in argento e dei ricami.

L'arte orafa è molto diffusa ad Oristano, e trova le sue origini in tempi antichissimi. È una delle più alte espressioni della produzione artigianale oristanese, che vanta riconoscimenti, per la sua pregiata fattura, a livello internazionale. I gioielli di Oristano sono degli autentici capolavori realizzati da orafi e argentieri particolarmente abili nella lavorazione della filigrana, arte di evidente influsso arabo. Tra i capolavori dell'oreficeria oristanese spiccano i gioielli creati per ornare il tradizionale costume sardo: bottoni, collane, orecchini, bracciali, spille, rosari, croci.

L'artigianato oristanese è in gran parte dominato dalla produzione ceramica, basata ancora oggi su tecniche di produzione e motivi ornamentali antichi quasi di millenni. Attraverso queste tecniche gli eccellenti maestri oristanesi realizzavano utensili per le attività connesse alla vita domestica e alla vita contadina e pastorale. Riguardo le origini di quest'arte antica sappiamo che è nata come artigianato d'uso, non artistico, rivolto prevalentemente alla produzione delle stoviglie. La produzione avveniva all'interno del tipico cortile della casa campidanese, ove si trovava il pozzo per l'escavazione dell'argilla, il deposito per le materie prime da stagionare, le vasche per la decantazione e la levigazione, il forno, la tettoia per far essiccare i vasi e l'angolo riservato al tornio.

Gli oggetti più diffusi e venduti erano i contenitori usati dalle donne nel lavoro domestico e quelli per il trasporto e il consumo dei liquidi in campagna; le brocche (marigas) per la conservazione dell'acqua, gli orci (brugnas) per la conservazione dei cibi, le enormi conche per la lavorazione della pasta (sciveddas), ed inoltre delle particolari brocche speciali usate dai contadini (su frasku e sa stangiada) e i recipienti (tuvus) con cui si raccoglieva l'acqua dai pozzi.

L'artigianato del ferro in passato era molto fiorente nella produzione di ferro battuto, d'archibugi a pietra focaia, di orologi per le torri campanarie e di utensili necessari per il lavoro nei campi e nelle officine. Oggi, si realizzano più che altro speroni e morsi per i cavalli, lame d'acciaio di pregiata fattura con cui si forgiano i migliori coltelli del mondo ("leppas") dalla lama affilatissima e dall'impugnatura in corna di montone o di muflone. Inoltre vengono realizzati spiedi, graticole, alari, girarrosti, ringhiere, cancellate, lampadari, coltelli d'uso domestico, arnesi da taglio e attrezzi agricoli. Oltre al ferro era diffusa anche la lavorazione del rame con cui si realizzavano vari tipi di caldaie, pentolame vario da cucina e i bracieri con il bordo in ottone.

L'artigianato del legno, è un'attività artigianale molto antica basata sopprattutto sulla produzione delle tipiche cassapanche create per custodire il corredo familiare, oggi prezioso oggetto d'arredo mobiliare. Il legno usato era principalmente il castagno, ma veniva fatto anche uso del noce, del rovere, del ginepro, del sughero e della ferula. Solitamente venivano lasciati al naturale o dipinti di rosso con sangue caldo di bue, capra o agnello. Gli intagli assumevano le figure di volatili, cavalli e altri animali, fiori e simboli astratti. Altri lavori di produzione lignea, erano il letto, il tavolo, le sedie impagliate, lo scafale portapiatti (su parastaggiu), le arche nuziali, panche, sgabelli, mensole, telai, taglieri, ciotole e statuette.

Risale a tempi antichi anche l'arte dell'intreccio, nata anch'essa dalla forte necessità di risolvere problemi quotidiani. Queste produzioni sono basate sull'utilizzo di materiali naturali, prelevati dalla vegetazione palustre, quali il giunco, culmi di grano, l'asfodelo, la palma nana, la canna, germogli d'olivastro, salice, mirto. Con l'intreccio si producono manufatti di grande complessità estetica, fra i quali i caratteristici cestini, le corbule, i panieri, i canestri, le nasse e le reti da pesca, le funi ed infine "su fassoni", un caratteristico mezzo di trasporto acquatico, particolarmente adatto alla pratica della pesca nei numerosi stagni della zona. Le tecniche di produzione utilizzate sono diverse a seconda di quello che si deve realizzare. I metodi più diffusi sono quattro: l'intreccio a spirale, a graticcio, in diagonale e quello per la realizzazione di stuoie e di steccati in canna.

Altra caratteristica dell'artigianato oristanese è la produzione di tappeti, coperte e arazzi, autentiche opere d'arte realizzate con l'utilizzo di vecchi telai in legno. Oltre alla lana, materia prima per eccellenza nella realizzazione dei prodotti tessili, vengono usati il cotone, il lino e la seta. Le tinte, introdotte nel 1700, erano ottenute essenzialmente da piante e minerali che, a differenza di quelle sintetiche, erano più resistenti nel tempo e davano una migliore tonalità.

Il tessuto sardo più antico è l'orbace, realizzato interamente in lana. Elemento essenziale del vestiario tradizionale dei sardi, è stato il prodotto più comune della tessitura, realizzato in diverse qualità a seconda dell'uso e della classe sociale cui era destinato. Grazie alle sue caratteristiche d'impermeabilità l'orbace era molto usato per confezionare "su saccu de coberri" una coperta utilizzata dai pastori come mantello e anche come tenda.

I migliori prodotti della tessitura sarda si possono considerare quelli destinati all'arredamento della casa quali i manti per coprire le casse di legno intagliate, molto frequenti nell'antica casa sarda. Altri manufatti tipici dell'artigianato sardo erano "is fenugas" o "burras", grande coperta da letto, "is bertulas", le bisacce in cui i pastori e i contadini vi riponevano gli strumenti da lavoro, gli arazzi e i tappeti.

Il costume sardo oristanese è particolarmente elaborato e ricco di ornamenti, testimone della cultura locale e derivato da influenze romane, orientali, ispano-moreschi. Gli ornamenti di cui sono ricchi, spesso realizzati in filigrana, sono intonati all'abito e contribuiscono a dargli maggior risalto: bottoni d'oro e d'argento, anelli, braccialetti, collane, catene ciondoli, amuleti ed orologi, spille e fibbie. Una menzione particolare meritano i lavori realizzati in corallo, come qualità uno dei migliori del mondo.

Oltre agli accurati ricami, frutto del sapiente lavoro di mani esperte, un tempo anche i tessuti venivano colorati tra le mura domestiche utilizzando erbe naturali e tecniche che ognuno teneva gelosamente segrete e che erano poi tramandate di generazione in generazione. Oggi questi abiti sono indossati esclusivamente in concomitanza con le feste popolari e ricorrenze religiose e sono realizzati esclusivamente come produzione artigianale.

Gli elementi tipici del costume maschile sono il berretto, la camicia, il gilet, la giacca e i pantaloni di lino bianco. Spesso troviamo il "cojettu", un mantello di cuoio che arriva alle ginocchia, aperto sul davanti e tenuto da una cintura di cuoio. Il vestito femminile è più sontuoso, più ricco e colorato. La camicia è sempre bianca ed il corsetto è di diversi tagli. La veste può essere con maniche aperte e risalta gli sbuffi della camicia; il corpetto di diverse stoffe e colori, è pieghettato e cucito finemente. Come decorazione vengono usati gioielli d'oro, d'argento, con corallo e perle in alcuni casi in modo incredibilmente ricco.

Gastronomia

Oristano vanta antiche tradizioni gastronomiche formate da un immenso patrimonio le cui radici si perdono nei secoli passati. In seguito agli scambi culturali con i vari popoli che nel corso della storia hanno avuto rapporti con la gente locale, si sono apportate alcume modifiche pur essendo state preservate la ricchezza della propria cultura e civiltà. La cucina oristanese, pertanto, annovera tutte le qualità gradite dal buongustaio, desideroso di immergersi in sapori sempre nuovi e gradevoli.

Fra le specialità della tradizione gastronomica oristanese troviamo la bottarga (uova di muggine, salate, pressate ed essiccate), che può essere servita in tavola come raffinato antipasto o essere utilizzata come condimento per la pasta. Inoltre si produce un ottimo olio, vari tipi di miele, tra cui l'esclusivo miele di rosmarino selvatico, e il tipico casizolu, formaggio realizzato solo con latte di mucche allevate allo stato brado. Degna dei buongustai è l'ottima mrecca, un altro piatto a base di muggine, lessato e avvolto nella zibba (erba palustre della zona).

Per la pasta abbiamo i malloreddus (gnocchetti di pasta di semola) spesso conditi con un sugo alla campidanese. Carne e verdure, oppure anguilla, possono essere il ripieno della tipica torta salata la panada. Caratteristici sono anche i dolci, come i gueffus, i mustazzolus, le zippulas, i gattò, e gli amaretti. La Vernaccia, un tipo di vino speciale, ad altissima gradazione alcolica naturale (da 15 fino a 18 gradi), considerato da dessert viene di solito accostata alla degustazione dei dolci, ma gradito anche come delicato aperitivo.

Non abbiamo molte notizie sulla gastronomia diffusa nel Giudicato di Arborea in quanto gli archivi storici sono andati in gran parte distrutti durante le guerre contro gli Aragonesi e i Francesi. Tuttavia sappiamo che la gran parte delle pietanze si basava su cereali, legumi (zuppe di fave e ceci), uova e verdure. Alla corte dei Giudici, i pranzi venivano serviti annunciati da squilli di trombe e dai giullari. I menu erano certamente più ricchi, con la presenza frequente di carni di cacciagione, carni di maiale, agnello, vitello e pollo. Non si usavano le posate, per cui si mangiava piluccando con le mani.

I cibi erano conditi con pochissimo sale, si faceva largo uso di aglio anche a scopo terapeutico. I cibi venivano arrichiti spesso da salse (importate dagli spagnoli) a base di carne di maiale, agnello e vitello, in particolar modo per condire i ravioli. Spesso le ciliegie e le mele venivano accostate come contorno ai piatti. Nelle tavole dei ricchi, i cibi venivano decorati con della polvere d'oro, o sulla tavola si esibivano dei fenicotteri.

Il pesce era poco frequente nelle tavole oristanesi perchè la popolazione locale basava il suo sostentamento più che sulla pesca, sull'agricoltura e sulle attività artigianali. Inoltre bisogna dire che i mari della nostra costa erano, all'epoca, troppo frequentati da aspiranti conquistatori che minacciavano la sicurezza della gente locale. Comunque, anche se raramente, nelle tavole facevano la loro comparizione piatti a base di cefalo, sardine e anche crostacei come l'aragosta.

Fra i vini, sicuramente molto genuini e prodotti senza addittivi per la conservazione, erano in particolare rossi e molto corposi. Inoltre era diffusa e molto apprezzata la caratteristica vernaccia che anche allora accompagnava il gusto dei dolci, fra i quali spiccavano i "piricchittus" e i "gueffus", di provvenienza dalla Spagna, che ancora oggi sono fra i dolci caratteristici di Oristano.

Sagra di santa Croce

La sagra di Santa Croce è, dopo la Sartiglia, la manifestazione oristanese più importante. Questa sagra, nel passato ben più famosa e importante di quella odierna, era un punto di incontro di genti provvenienti da tutte le parti della Sardegna. La sagra si svolge il giorno 14 settembre nel Foro Boario. Questa piazza viene chiamata anche "sa prazza 'e is bois" perchè un tempo era anche la sede della più grande "Fiera del bestiame" della Sardegna. Da quando l'utilizzo del bestiame come animale da lavoro è stato sostituito da una massicia meccanizzazione agricola delle campagne, il mercato del bestiame ha perso d'interesse e non si svolge più. La festa di Santa Croce, comunque, è stata ed è tuttora sempre viva nel cuore degli oristanesi, che la chiamano con orgoglio "sa festa manna" (la festa grande).

La parte più importante della festa è rappresentata nel rito della processione dell'esaltazione della Croce che, partendo dalla chiesa di San Francesco, segue il percorso della tradizionale processione di "Corpus Domini". È una manifestazione che segue un rito religioso che rinnova i fasti del cenobio di San Francesco che trova le sue origini proprio ad Oristano tra il 1250 e il 1270, quando i frati minori entrarono in possesso del monastero romanico-benedettino-pisano, introducendo in forma solenne la festa religiosa della Santa Croce.

Sagra del Rimedio

Il santuario della Madonna del Rimedio di Oristano si trova oltre il corso del fiume Tirso, ed è un importante punto di riferimento spirituale per tutta la Sardegna. L'importanza di questo culto è testimoniato dalla straordinaria quantità di ex voto lasciati dai fedeli all'interno del santuario. Questo è meta di pellegrinaggi durante tutto l'anno, ma in particolare nel giorno della festa, l'8 settembre, quando migliaia di fedeli si raccolgono presso la Basilica per seguire le messe che si susseguono senza interruzione per tutta la giornata.

La sagra della Madonna del Rimedio è, per gli oristanesi, una festa di fede, di preghiera alla Madonna in quella basilica, che ha antiche origini, dove da oltre cento anni, dalle cinque del mattino fino a sera tarda, i fedeli si radunano per ringraziare ed esprimere le speranze per il futuro. È la festa di tutti, agricoltori e pastori, impiegati e professionisti, gente di ogni estrazione sociale. La Madonna del Rimedio ha offerto miracoli per questo popolo e continuerà a farli. E questo popolo continuerà ad invocare la sua Madonna, quella che è sempre stata vicina soprattutto nei momenti difficili, che ha steso la sua mano caritatevole a tutti, indistintamente.

Non meno suggestiva è l'aspetto "profano" della festa, che si svolge sul sagrato della chiesa, con l'allestimento di numerosissime bancarelle, tra i profumi degli arrosti di maialetti, muggini e anguille, che fanno da cornice in un atmosfera di immensa felicità.

Sagra di san Salvatore

Tutti gli anni a Cabras, Paese sito nel circondario di Oristano, il primo fine-settimana di Settembre, si celebra la sagra di San Salvatore. I festeggiamenti iniziano all'alba del sabato quando circa 700 giovani scalzi, vestiti con una corta tunica bianca, di corsa, sciolgono un voto antico.

Il simulacro del Santo viene così trasferito da Cabras al santuario della piccola borgata marina di San Salvatore, nei pressi della penisola del Sinis, a circa sei Km. di distanza. Il santuario ipogeico, uno dei più suggestivi dell'Isola, è un tempio paleocristiano legato al culto delle acque che è stato ricostruito nelle forme attuali in epoca costantiniana (IV° secolo d.C.).

L'origine di quest'usanza risale al XVI° - XVII° secolo ed è legata alle ripetute incursioni dei Saraceni lungo le coste limitrofe e all'impresa di un gruppo di giovani che, secondo la leggenda, durante un'incursione piratesca, salvarono la statua di San Salvatore sottraendola al saccheggio degli invasori.

Il sabato mattina, la statua del Santo viene trasportata su una portantina al santuario campestre, di corsa, a piedi nudi. I portatori, preceduti dal gonfalone dell'omonima confraternita, corrono per devozione o tradizione, tenendo stretta in vita la tunica bianca con una cintura di corda. La statua è portata di spalla in spalla fra i vari partecipanti senza che nessuno si lasci mai vincere dalla fatica.

L'indomani, al tramonto, la festa si conclude e il simulacro rientra a Cabras dove viene custodito nella basilica di Santa Maria, la chiesa più importante di Cabras, accompagnato da cori di gosos (canti sacri della tradizione sarda), da esplosioni di mortaretti e dagli applausi di una folla festante.

Regata dei fassois

Nella laguna adiacente la città di Santa Giusta, distante 2 Km. da Oristano, ogni anno, da circa 20 anni ad oggi, si svolge, ai primi del mese di Agosto, la regata dei fassois. Una gara che vede concorrere queste particolari ed antiche imbarcazione guidate da esperti pescatori di Santa Giusta, di Cabras e di Baratili San Pietro.

La gara consiste nell'attraversare lo stagno da un punto all'altro, stabiliti dalla giuria, che assegna al primo arrivato un fassoi d'argento. Al termine della gara, come da tradizione locale, dopo le premiazioni si svolge una grande festa nel piazzale ai bordi dello stagno, con canti e balli sardi ed una grande degustazione di piatti tipici della tradizione culinaria locale e della prelibata vernaccia, il vino speciale tipico della zona.

"Is fassois" (che vuol dire letteralmente: le imbarcazioni a fascioni) sono delle imbarcazioni realizzate con l'arte dell'intreccio utilizzando dei fasci di giunco (su sèssini) dai pescatori delle lagune dell'Oristanese, ed hanno radici antichissime, probabilmente risalenti al periodo dei fenici, popolo che colonizzò le coste della Sardegna a partire dal IX° secolo a.C..

Una raffigurazione di un fassoi, risalente presumibilmente al IV° sec. d.C., è stata rinvenuta in una parete dell'ipogeo che si trova nel villaggio di San Salvatore di Sinis, il chè dimostra l'antica presenza in loco di tale tipo di imbarcazione.

"Su fassoi" si guida con una pertica che il barcaiolo, ritto in piedi, spinge lateralmente verso il fondo dello stagno alternativamente a destra e a sinistra, similmente a come si guida la gondola veneziana. Probabilmente per la presenza di condizioni ambientali molto simili a quelle dell'oristanese e di vegetali analoghi a su sèssini, delle imbarcazioni simili al fassois sono presenti anche nei pressi del lago Titicaca, in Perù.

Ardia

L'Ardia è una manifestazione che si svolge a Sedilo, un paese sulle colline prospicienti la valle del fiume Tirso, a Nord-Est della provincia di Oristano, il giorno 6 e 7 luglio. Questa manifestazione, di cui si ha conoscenza a partire dal XVII° secolo, si svolge in un ripido pendio adiacente il sagrato dell'antica chiesa dedicata a san Costantino. Edificato nel 1789, su un bastione che domina un ampio cortile sterrato, il santuario è circondato da una serie di "cumbessias" (piccole case sparse), limitate da un recinto al quale si accede attraverso un arco dedicato anch'esso al santo-imperatore.

L'organizzazione della festa viene fatta da due comitati: uno laico e l'altro religioso, ma è il parroco del Paese a custodire, durante l'arco dell'anno, i simboli della corsa (le pandelas). E sempre il parroco, il 17 gennaio, nel corso di una cerimonia riservatatissima, nomina il capo-corsa (sa prima pandela) che a sua volta nomina gli altri cavalieri che partecipano alla competizione.

L'Ardia (la Guardia), consiste in una corsa equestre rituale durante la quale si evoca una antica vicenda storica: la battaglia che l'Imperatore Costantino vinse a Roma contro il rivale pagano Massenzio, nei pressi del Ponte Milvio, nel 312 d.C. Si tratta di un combattimento rituale e simbolico fra cristiani e pagani: i primi portano le bandiere crociate (simbolo del cristianesimo), gli altri, invece, sono privi di insegne.

Il capo-corsa, sa prima pandela (la prima bandiera), rappresenta Costantino, affiancato da altre due pandelas più tre iscortas (scorte). I pagani, invece, sono anonimi e senza qualifiche particolari.

I cavalieri, lanciati al galoppo sfrenato, lungo un percorso non privo di pericoli, simulano una violenta battaglia che si conclude con l'immancabile vittoria del drappello guidato dal santo-imperatore. I cavalieri, giunti di fronte al santuario, compiono, in due riprese lentamente, 14 giri con funzione apotropaica (che allontana il male): 7 giri in senso orario e 7 giri in senso antiorario. La manifestazione si conclude con una imperiosa degustazione di pietanze della cucina tradizionale locale, con canti e balli sardi fino a tarda notte.

Carrela e nanti

Nel periodo del carnevale, oltre alla sartiglia, si svolgono altre manifestazioni e fra queste è sicuramente degna di nota la corsa a cavallo che si tiene nel paese di Santulussurgiu: " sa carrela 'e nanti" (la strada di davanti). Questa antica corsa non trova origini in riti propiziatori, ma costituisce un'occasione di aggregazione e di festa per tutta la cittadinanza.

Essendo uno spettacolo equestre, queste corse evidenziano le abilità dei cavalieri nel percorrere al galoppo sfrenato lungo il percorso dell'antico centro cittadino attraverso viottoli stretti e dalla forma irregolare. Il cavaliere indossa il tradizionale costume del Paese o una tenuta ricca di colori creata con cura e maestria dalle donne della propria famiglia.

Le corse si svolgono nel rione "Biadorru" (via del ritorno) e proseguono lungo la via della corsa chiamata "sa carrela e' nanti" e si possono correre in due maniere distinte: a cavaliere singolo (sas carrela a sa sola) o quelle più spettacolari a pariglia (a parezza) che arrivano a coinvolgere fino a quattro cavalieri affiancati.

Al termine delle corse, nella piazzetta San Sebastiano vengono fatte delle premiazioni per le corse più spericolate. Poi tutti a fare baldoria fino a tarda notte nella piazza principale, come da tradizione sarda, con balli e canti sardi, la sfida alla morra e l'immancabile degustazione di bevande e piatti tipici locali.

Litorali marini

Le spiagge della provincia di Oristano si distendono per oltre 150 chilometri di costa. Partendo da Nord, si trovano bellissime baie solitarie, alcune delle quali raggiungibili solo a piedi. La zona è popolata molto da cormorani, marangoni, berte, falchi pellegrini, blocconi corsi e dagli avvoltoi grifoni. Numerose sono le torri di avvistamento disseminate in diverse le località: Santa Caterina di Pittinuri, Capo Nieddu, Foghe, Ischia Ruggia, Columbargia, Torre Grande e San Giovanni di Sinis.

Nelle foci dei fiumi (Tirso a Oristano, e del Rio Mannu a Cuglieri) si trovano ambienti umidi ricchi di flora e fauna. Di eccezionale bellezza sono anche le spiagge del Sinis, in particolare nella zona nord del Sinis, come quelle di "s'anea scoada" dall'acqua cristallina e di "is aruttas", formata da una bianchissima sabbia di quarzo, simile a dei chicchi di riso. Le spiagge più grandi sono certamente quelle di "is arenas" e del litorale di Torregrande, la spiaggia per eccellenza degli oristanesi.

Area marina protetta del Sinis

Il promontorio del Sinis, disteso tra Cabras e San Vero, presenta un ambiente naturale unico in Europa. Un vero e proprio deserto di sabbia formatosi da un sistema di zone umide, stagni salmastri e oasi protette, è popolato da vari tipi di uccelli quali il fenicottero rosa, l'airone e il cavaliere d'Italia. Sulle falesie calcaree di questo particolare ambiente nidificano, inoltre, specie marine come taccole, cormorani, piccioni torraioli, e rapaci come gheppi e falchi pellegrini.

Nella zona del promontorio chiamata "Turr'e Seu" si trova la splendida oasi dell'Area Marina Protetta del Sinis-Mal di Ventre, zona molto ricca di "macchia mediterranea", vegetazione tipica di queste zone. Alcune specie vegetali sono uniche in questo territorio, come la cosiddetta viola del Sinis, varie famiglie di Limonium ed altre ancora. A poche miglia dalla costa del Sinis, si trova l'isola di Maldiventre, chiamata in sardo "Maluentu" (cattivo vento) per il forte maestrale che soffia quasi tutto l'anno. La piccola isola è interamente coperta da una fitta macchia di cisto, lentisco e rosmarino. La fauna presenta specie rare come il bloccono corso.

Stagni

Nel Golfo di Oristano e lungo il promontorio del Sinis si trovano numerosi stagni salmastri. Comprensivamente costituiscono la seconda area umida italiana dopo il delta padano, è un'area di interesse naturalistico internazionale e importante luogo di nidificazione per i vari uccelli migratori. Sono presenti alcuni stagni temporanei, come "sale porcus", nel Nord della penisola del Sinis, che in estate arriva ad asciugarsi completamente, lasciando sulla superfice una spessa crosta di sale, ma anche stagni perenni, come quello di Cabras, il più vasto della zona, lo stagno di "s'Ena Arrubia", di "Mistras", di "sa Saja Manna", di Santa Giusta e di "is Benas".

Tra le specie volatili la zona è popolata dall'airone, il pollo sultano, ma la specie più famosa è il fenicottero rosa, che staziona in particolare nello stagno di "sale porcus", oasi faunistica gestita dalla LIPU, nei viaggi migratori tra la Camargue e l'Africa.

Lago Omodeo

Il lago Omodeo, sito nella parte Nord-Est di Oristano, è sorto in seguito allo sbarramneto del fiume Tirso con la diga di Santa Chiara, realizzata tra il 1918 e il 1924, creando il più vasto lago artificiale d'Europa. Le acque colmando l'invaso hanno sommerso numerosi resti archeologici ed una vasta foresta fossile pietrificata risalente a 30 milioni di anni fa, che affiora alla luce nei periodi di prolungata siccità.

La fauna locale è coctituita da volpi, cinghiali, gatti selvatici, ghiandaie, gheppi e colombacci, mentre, i rapaci (falchi pellegrini e aquile reali) sono ormai quasi estinti. Accanto al lago si trova anche un oasi faunistica, dove si possono ammirare boschi secolari e zone di macchia mediterranea vergine, in cui vivono numerosi branchi di cervi e daini.

Altopiano della Giara

L'altopiano della Giara è situato nella zona Est della provincia di Oristano. Esteso su una superfice di di circa 45 Kmq, è interamente coperto da praterie di asfodelo inframmezzate dai Paulis, stagni temporanei alimentati dalle piogge che si formano in primavera, e dalle Mitzas (fonti).

Questo territorio è reso famoso dalla presenza di una razza rara di cavalli nani, dal manto scuro, che vivono in questo ambiente allo stato brado. Si presume che siano stati introdotti in loco probabilmente dai Fenici. Grazie all'abbondanza d'acqua, la flora è rigogliosa ed abbondante ed è formata da piante di mirto, cisto, euforbie, lentisco, corbezzolo, erica, diverse specie di orchidee, sughere e querce. Questo ecosistema, unico nel suo genere, è ricco, peraltro, anche di importanti testimonianze archeologiche.

Monte Arci

Il monte Arci è un massiccio montuoso sito a Sud-Est di Oristano. Con una punta di circa 900 metri, è ricco di boschi di leccio, alberi da sughero, corbezzolo, erica, lentisco e mirto. Ma la peculiarità di questa montagna è l'abbondante presenza di ossidiana (in particolare nel versante Sud-orientale). Pietra nera e vetrosa, di origine vulcanica, l'ossidiana, nei tempi antichi, veniva utilizzata dalle popolazioni locali per costruire degli utensili e delle armi.

Anche nel monte Arci sono presenti un grandissimo numero di sorgenti: Acqua Frida, Sennixeddu, Fustiobau, Mitza Mraxani e altre fonti minori presso le quali si può scorgere una ricca e variegata fauna di montagna: cinghiali, volpi, martore, ghiandaie, corvi, picchi, colombacci, upupe, poiane, gheppi e gatti selvatici. Istituito come parco naturalistico, il monte Arci ospita anche alcune zone di ripopolamento faunistico per specie come il cervo sardo.

Monte Ferru

Il massiccio vulcanico del monte Ferru, con vette che raggiungono poco più di 1000 metri, si estende nella zona Nord-Ovest della provincia di Oristano e ospita ampi e fitti boschi secolari di lecci, sughere, castagneti e piante come il tasso e le roverelle. Tra i boschi del Montiferru è presente una fauna ricca e variegata: ricci, cinghiali, volpi, donnole, lepri e conigli selvatici.

Recentemente sono stati reintrodotti anche il muflone e il cervo sardo, in alcune zone recintate dall'Ente Foreste della Sardegna per favorirne il ripopolamento, che insieme alla LIPU ha attrezzato anche una voliera, dove si riproduce l'avvoltoio grifone. Questa splendida montagna possiede numerose fonti e sorgenti, raggiungibili attraverso sentieri che consentono di addentrarsi nel suo cuore.