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Storia di Oristano

La città di Oristano fu fondata nel 1070, quando in seguito alle continue incursioni dei Saraceni, commandati dal Re Museto, la Curia vescovile, presieduta dall'arcivescovo arborense Theoto, e la popolazione di Tharros abbandonarono la gloriosa città, fondata dai Fenici nell'VIII° secolo a.C. e colonizzata successivamente dai Greci, Punici, Romani, Vandali e Bizantini, per spostarsi all'interno del territorio, ove trovare una maggiore protezione dalle secolari invasioni straniere.

Il trasferimento, avvenuto per decisione del Re Orzocco de Zori e portato a termine, in seguito, da sua nipote la principessa Nibata, comportò anche il trasporto di gran parte di materiale costruttivo per le nuove abitazioni, per lo più blocchi di arenaria, così che l'avvenimento viene ricordato con l'espressione "portant de Tharros sa perda a carros" (portano da Tharros la pietra con i carri).

A quel tempo, esisteva già un villaggio rurale di contadini e pescatori presso il promontorio di San Pietro, "su cuccuru de santu Pedru", nella periferia Ovest dell'attuale città, dal quale si sviluppò il nuovo agglomerato urbano. La nuova città venne chiamata dapprima Maristanis (fra il mare e gli stagni perchè è circondata da tante zone lagunari) e successivamente Aristanis.

La città di Aristanis era chiamata anche "Portu" o "Lacus", in riferimento al circuito interno alle mura cittadine. All'esterno delle mura erano presenti cinque sobborghi: "sa Maddalena" (la Maddalena), "su Brugu" (Nono), "Pontixeddu" (Ponticello), "santu Lazzaru" (san Lazzaro), e infine il sobborgo "is Crogioaxus" (Vasai).

Nel XII°, ebbe inizio una grande fase di urbanizzazione, con la costruzione di edifici in stile romanico, come la cattedrale di Santa Giusta, e successivamente in stile gotico al quale risalgono le mura e le torri della città. Il Medioevo oristanese fu caratterizzato da sanguinose guerre tra il Giudicato arborense e gli altri Regni sardi. Nel 1198 il Giudicato d'Arborea venne invaso dal Giudice di Cagliari Guglielmo I° Salusio IV° spargendo distruzione ovunque.

La città fu presto ristrutturata dai successivi Giudici arborensi del XIII° e XIV° secolo che migliorarono le antiche fortificazioni, erette dal Giudice Barisone, attraverso la costruzione di circa ventotto torri e l'innalzamento delle mura cittadine fino ai dieci-quindici metri. Oristano, capitale del Giudicato d'Arborea, ebbe il suo massimo splendore nel periodo di governo di Mariano IV° e della figlia Eleonora d'Arborea, durante i quali la città controllava quasi tutta la Sardegna ad eccezzione di Cagliari e Alghero.

Eleonora d'Arborea, una delle più significative figure femminili della storia medioevale, visse tra il 1340 e il 1404, divenne sposa del genovese Brancaleone Doria e fu Giudicessa d'Arborea dal 1383 fino alla sua morte. Condottiera di grande spessore, contrastò tenacemente i tentativi degli spagnoli di conquistare l'Isola, ma la sua fama è legata alla promulgazione della "Carta de Logu", un codice delle Leggi che rappresenta la sintesi di un'idea di Stato certamente "sardo" ma con evidenti influssi di derivazione romana.

La "Carta de Logu", in tre codici (civile, penale e rurale) comprende 198 capitoli che poneva particolare attenzione alla famiglia, alla condizione della donna, al territorio e all'ambiente, all'istituzione di princìpi giuridici moderni con la pluralità di gradi di giudizio. Una istituzione veramente innovativa che rappresenterà la Legge durante il periodo della dominazione spagnola, e in parte di quella Sabauda, sino al 1827, anno di promulgazione del Codice di Leggi civili e Criminali emanato da Carlo Felice.

Nel periodo giudicale l'assetto urbanistico era di carattere medioevale, con le case disposte in modo compatto all'interno delle mura, con le caratteristiche strade strette e tortuose e le piccole piazze. Le case della gente povera erano basse e costruite con mattone cotto (ladiri), con orti e giardini retrostanti, mentre le case borghesi erano più appariscenti e signorili. Il centro amministrativo si trovava nei pressi della "Porta Mare", nella attuale piazza Manno con sede nella Reggia Giudicale, in passato denominata "sa Majorìa", mentre il centro commerciale si sviluppava presso la "Porta Pontis", o "Porta Manna", nella attuale piazza Roma.

Questo assetto urbanistico rimase intatto fino alla seconda metà del XIX° secolo quando furono apportati radicali cambiamenti, come la trasformazione delle strette viuzze del centro storico nell'attuale conformazione di corso Umberto, della piazza Eleonora e di altre vie e piazze attigue. Ulteriori ampliamenti proseguirono all'inizio del XX° secolo, con l'abbattimento della torre della "Porta Mare", detta anche torre di san Filippo, gemella della torre di San Cristoforo o "Porta Manna" sita nella piazza Roma, e delle mura attigue e con la realizzazione della piazzetta Corrias

Nel 1324 il Giudicato di Arborea si alleò con i Catalano-Aragonesi, dopo che questi ultimi sbarcarono sull'Isola con l'intento di conquistare i possedimenti pisani per la creazione del Regno di Sardegna, per poi passare a contrastare lungamente gli stessi attraverso una lunga e sanguinosa guerra condotta dal Giudice Mariano IV° (1347-1375) e dai suoi valorosi figli Ugone III° (1376-1383) ed Eleonora (1383-1404). L'esito dei numerosi scontri cruenti, purtroppo, depose a favore degli Aragonesi.

Conquistato nel 1420, il Giudicato di Arborea fu trasformato in Marchesato retto da Leonardo Cubello, discendente da Ugone II° di Arborea. Leonardo Alagon, ultimo Marchese di Oristano, tentò di rivendicare i propri territori dal Vice Re, ma nel 1478 a Macomer il suo esercito subì una pesantissima sconfitta e il Marchesato fu annesso definitivamente alla Corona d'Aragona. Il titolo di Marchese di Oristano venne assunto a partire da tale data dai Re d'Aragona e ancora oggi appartiene ai Re di Spagna.

Con la sconfitta di Macomer del 1478, Il Giudicato di Arborea, il più longevo dei Giudicati sardi, cessò di esistere quando l'ultimo sovrano di Arborea, Guglielmo III° di Narbona, cedette quel che rimaneva dell'antico Regno alla Corona aragonese per 100.000 fiorini d'oro. Iniziò, quindi, il periodo dell'incontrastato dominio spagnolo, che unito alle continue epidemie di peste e scorrerie piratesche portò l'Isola ad un inevitabile declino.

Oristano, alla fine del 1600, divenne l'ultima fra le città Regie della Sardegna. Da quel momento, 15 agosto 1479, Oristano seguì la comune storia della Sardegna iberica. Il 21 febbraio 1637, durante la guerra dei Trent'anni, una flotta francese di quarantasette vascelli, al comando di Enrico di Lorena, Conte di Harcourt, sbarcò nei pressi di Oristano e saccheggiò la città per circa una settimana, distruggendo quasi per intero l'Achivio storico dove erano custoditi anche i documenti che testimoniavano lo sviluppo storico della sartiglia.

Non volendo poi affrontare le milizie del Regno di Sardegna che arrivavano in soccorso della città assalita, i francesi si ritirarono precipitosamente, abbandonando anche gli stendardi che oggi sono custoditi nella cattedrale di Santa Maria. Dal 1720 Oristano, come il resto dell'Isola, passò alla dinastia Savoia in seguito al trattato di Londra. La situazione non migliorò e la città, privata delle funzioni amministrative, venne lasciata all'abbandono totale.

Il primo Re di Sardegna della Casa Savoia fu Amedeo II°, che diresse la sua attenzione a tenere sotto controllo l'Isola e a garantirne l'ordine interno. Nella seconda metà del XVIII° secolo, con l'insediamento del Re Carlo Emanuele III°, l'atteggiamento politico si indirizzò verso un reale cambiamento delle condizioni dell'Isola. Il clima di malcontento della popolazione sfociò in un movimento di rivolta: per la prima volta, dopo secoli, le popolazioni rurali e urbane decisero di lottare per conquistare condizioni di vita migliori.

Nel 1839 il Re Carlo Alberto decise di abolire il feudalesimo ma allo stesso tempo, per non scontentare la nobiltà feudale, stabilì che i nobili fossero ripagati dalla perdita delle rendite feudali con un compenso che fu addebitato alle comunità rurali che dovettero pagare a caro prezzo la loro libertà. Nel 1847, su richiesta delle classi dirigenti sarde, ci fu l'unificazione di Sardegna e Piemonte sotto un unica legislazione. L'Isola rinunciò alla propria autonomia a patto di accettare Leggi e metodi di amministrazione diversi da quelli che avevano regolato per secoli la sua vita.

Nel 1861 con l'unificazione del Regno, la Sardegna è passata alla dominazione italiana sotto il governo di Roma guidato da una classe politica vergognosamente incapace di far progredire la popolazione sarda all'unisono con gli altri popoli del continente. La Sardegna è stata annessa forzatamente ad una società lungi dall'essere ancora civile e sopprattutto distinta e distante da un popolo che, martoriato dalle secolari dominazioni, ha mantenuto sempre viva nel proprio cuore una cultura indipendente e che viene considerato, come fecero gli antichi Romani, solo per la riscossione dei tributi. Insomma, come si suol dire, dalla padella alla brace. Un giro immenso per ritornare, dopo tante sofferenze, sotto la dominazione di Roma.

Monumenti

La città di Oristano è particolarmente ricca di monumenti che si trovano quasi tutti all'interno della città storica. Fra i più importanti è da annoverare la statua di Eleonora d'Arborea, dedicata alla Giudicessa oristanese, vissuta a cavallo tra il 1300 e i primi del 1400, famosa per aver dato alla comunità oristanese la "Carta de Logu", una sorta di ordinamento giuridico che regolava la vita sociale del tempo. La statua, eretta nella piazza omonima, fu realizzata dallo scultore Ulisse Cambi ed inaugurata nel 1881.

Di fronte alla statua di Eleonora, si erge il palazzo degli Scolopi. Originariamente convento dei Padri scolopi, poi, ristrutturato nel secolo scorso dall'architetto Antonio Cano, divenne sede del Tribunale ed oggi dell'Amministrazione comunale della città. All'interno di questo edificio si trova quella che un tempo era una chiesetta ottocentesca dedicata a san Vincenzo ed oggi adibita ad aula Consiliare del Comune.

Sempre nella piazza Eleonora, sorge il palazzo Carta, edificato in stile neoclassico, il palazzo Mameli e il palazzo Corrias. Nel corso Umberto, meglio conosciuta dagli oristanesi come la "via dritta", si trova quella che fu anche la sede del Marchese D'Arcais: il palazzo Siviero risalente al XVIII° secolo, finemente impreziosito da una splendida cupola policroma.

Al termine della "via dritta" che congiunge la piazza Eleonora con l'altra piazza principale della città, la piazza Roma, si erge maestosa la torre di san Cristoforo, o "Porta Manna". La torre, che dal 1430 è stata arrichita con l'inserimento nella parte più alta di una grande campana, fu fatta edificare dal Giudice Mariano II° nel XIII° secolo come porta di accesso principale alla città storica.

È l'unica traccia della cinta muraria cittadina andata distrutta, in parte anche per non meglio precisate esigenze di ammodernamento del piano regolatore che denunciano una profonda insensibilità nei confronti del prezioso patrimonio architettonico e culturale della città. In conseguenza di tali sconsiderate azioni, oggi siamo costretti ad "ammirare" l'obrobrioso palazzo "so.ti.co" impietosamente sovrastare l'antica torre di Mariano II°.

Purtroppo dobbiamo segnalare che lo stesso destino è toccato anche alla "Porta a Mari" (Porta al mare), l'altra porta di accesso, gemella di quella sita in piazza Roma, che si trovava nell'odierna piazza Mannu e che delimitava le cinta murarie nella parte Ovest della città. Anch'essa fu costruita su iniziativa del Giudice Mariano II° nel XIII° secolo, periodo in cui i traffici commerciali provvenienti dal mare erano molto intensi, per cui si sentiva la necessità di proteggere la città da possibili attacchi. Nella stessa piazza Manno si trova anche l'antico palazzo giudicale, nei tempi recenti ristrutturato completamente per essere (purtroppo) adibito a Casa Circondariale. Di queste enormi perdite, oggi ne possiamo ammirare la bellezza solo attraverso fotografie sbiadite e nostalgiche.

Lungo la via Vittorio Emanulele, troviamo il palazzo Arcivescovile, edificio costruito dai Piemontesi e ristrutturato ai primi del XX° secolo. All'interno di questo edificio si trova un altare su cui è sistemata una statua della Madonna col Bambino Gesù, creata dall'artista Memmo di Filippuccio. Adiacente questo edificio si trova la Cattedrale di santa Maria Assunta, un tempo anche luogo di sepoltura della famiglia dei Giudici d'Arborea, a fianco della quale si eleva un imponente campanile a pianta ottagonale risalente al 1400.

Il duomo fu edificato su fondamenta più antiche, del 1228, in stile gotico, ad opera di artisti lombardi, e successivamente più volte ristrutturato, di cui la più radicale avvenne intorno al 1700, stravolgendone completamente lo stile originario. All'interno, fanno bella esposizione preziose produzioni artistiche: una statua lignea raffigurante l'Annunciata prodotta dall'artista Nino Pisano nel 1300; un retablo in legno policromo del 1700 opera di artisti spagnoli; quattro stendardi sottratti ai Francesi nel XVII° secolo, quando, nel tentativo di conquistare la città, furono sconfitti duramente. Nell'aula capitolare del Duomo è custodito anche un tesoro, di inestimabile valore, composto da varie tele del 1700, paramenti sacri e argenterie varie.

Nei paraggi si trovano: il Seminario Tridentino, edificio risalente al XVIII° secolo; la piccola chiesa della santissima Trinità, eretta intorno al XVIII° secolo; la chiesa di san Francesco, costruita nel 1250 in stile neoclassico. Questa, distrutta nel XIX° secolo, fu ricostruita completamente intorno al 1840 dall'architetto Gaetano Cima. Al suo interno viene custodito un prezioso capolavoro di arte catalano-renana: il crocifisso in legno policromo detto di Nicodemo, risalente al XV° secolo; una statua marmorea raffigurante san Basilio realizzata dall'artista Nino Pisano; un retablo raffigurante san Francesco che riceve le stimate, realizzato dall'artista Piero Cavaro, nel 1533. Nelle immediate vicinanze si trova un'altra chiesa sconsacrata, un tempo adibita ad ospedale cittadino ed oggi a pinacoteca comunale: la chiesa di san Mauro Abate.

Sempre nelle vicinanze si trova il palazzo De Castro, risalente al XVI° secolo, che fu sede di abitazione dello scrittore-storico Salvatorangelo De Castro. Non molto distante, nella via Lamarmora, troviamo: la chiesa di san Domenico, del XVII° secolo, oggi sconsacrata e caratterizzata da evidenti elementi gotici; il convento delle suore Capuccine e la chiesa di santa Lucia.

Nella via del Carmine si trova la meravigliosa chiesa di Nostra Signora del Carmine, edificata nel XVIII° secolo, adiacente ad un convento in stile barocchetto-piemontese: l'ex complesso conventuale dei Carmelitani, chiamato il chiostro del Carmine, oggi adibito a sede universitaria e luogo ospitante diverse mostre. Lungo la via Parpaglia, troviamo quella che un tempo fu la casa di Eleonora d'Arborea e l'ottocentesco palazzo Parpaglia, dal 1992 sede dell'Antiquarium arborense.

Nella via Garibaldi, troviamo la chiesa di santa Chiara, costruita intorno al 1343, all'interno della quale si possono ammirare delle mensole gotiche che reggono la cantoria con telamoni e figure zoomorfiche intagliate; sempre all'interno di quest'antichissma chiesa sono state rinvenute, le spoglie di Costanza di Saluzzo, sposa di uno dei Giudici d'Arborea. Al termine della via, si trova la torre di Portixedda, che un tempo controllava l'entrata in città dalla parte Sud-Est.

Fuori le mura, lungo il viale san Martino, si raggiunge un monumento gotico di straordinaria importanza: l'antica chiesa di san Martino, risalente al XIII° secolo e più volte rimaneggiata con l'aggiunta di nuove cappelle di cui, in una di queste, un tempo, venivano reclusi i condannati a morte. Al suo interno si possono ammirare due pregiate opere in legno: la statua del Cristo morto, del XV° secolo, e l'altare della Madonna del Rosario. Adiacente la chiesa si trova l'ex ospedale civile, un tempo convento benedettino, poi domenicano ed oggi adibito a ricovero per anziani.

Nell'estrema periferia Ovest della città, si trova la chiesetta di san Giovanni Battista, risalente al XIV° secolo, ristrutturata nel XVI° secolo, proprietà del "Gremio dei contadini". Dall'altra parte della città, nel quartiere popolare "su Brugu" (il Borgo) si trova la chiesa di sant'Efisio, edificata nel XVII° secolo. Nella borgata di Silì, si trova, invece, l'antica chiesa della Maddalena, con annesso il relativo convento.

Nella periferia Nord-Ovest della città, invece, si trova la chiesa della Madonna del Rimedio realizzata in stile gotico nell'XI° secolo e caratterizzata da una volta a crociera gemmata e da una balaustra composta da due parti di un ambone romanico. All'interno di questa meravigliosa chiesa, sopra l'altare è sistemata una bella statua della Madonna, scolpita in marmo nel XIV° secolo.

Artigianato

L'artigianato sardo, caratterizzato dalla sua originalità e semplicità, ha origini ancestrali che risalgono fino alla preistoria: al periodo preneolitico risalgono i vasi in sughero, ancora oggi molto utilizzati dai nostri pastori; al periodo neolitico si fanno risalire le stuoie prodotte nei villaggi dei pescatori; all'età nuragica, l'orbace e le maschere lignee. Al periodo romano, la brocca, la fiaschetta e la "scivedda" (caratteristico contenitore presente in molte cucine sarde); nel periodo bizantino si introdussero nella tessitura motivi caratteristici propri dell'arte orientale quali l'albero della vita, i pavoni, le aquile e le colombe, oltre alle decorazioni delle cassapanche nuziali, dei gioielli in argento e dei ricami.

L'arte orafa è molto diffusa ad Oristano, e trova le sue origini in tempi antichissimi. È una delle più alte espressioni della produzione artigianale oristanese, che vanta riconoscimenti, per la sua pregiata fattura, a livello internazionale. I gioielli di Oristano sono degli autentici capolavori realizzati da orafi e argentieri particolarmente abili nella lavorazione della filigrana, arte di evidente influsso arabo. Tra i capolavori dell'oreficeria oristanese spiccano i gioielli creati per ornare il tradizionale costume sardo: bottoni, collane, orecchini, bracciali, spille, rosari, croci.

L'artigianato oristanese è in gran parte dominato dalla produzione ceramica, basata ancora oggi su tecniche di produzione e motivi ornamentali antichi quasi di millenni. Attraverso queste tecniche gli eccellenti maestri oristanesi realizzavano utensili per le attività connesse alla vita domestica e alla vita contadina e pastorale. Riguardo le origini di quest'arte antica sappiamo che è nata come artigianato d'uso, non artistico, rivolto prevalentemente alla produzione delle stoviglie. La produzione avveniva all'interno del tipico cortile della casa campidanese, ove si trovava il pozzo per l'escavazione dell'argilla, il deposito per le materie prime da stagionare, le vasche per la decantazione e la levigazione, il forno, la tettoia per far essiccare i vasi e l'angolo riservato al tornio.

Gli oggetti più diffusi e venduti erano i contenitori usati dalle donne nel lavoro domestico e quelli per il trasporto e il consumo dei liquidi in campagna; le brocche (marigas) per la conservazione dell'acqua, gli orci (brugnas) per la conservazione dei cibi, le enormi conche per la lavorazione della pasta (sciveddas), ed inoltre delle particolari brocche speciali usate dai contadini (su frasku e sa stangiada) e i recipienti (tuvus) con cui si raccoglieva l'acqua dai pozzi.

L'artigianato del ferro in passato era molto fiorente nella produzione di ferro battuto, d'archibugi a pietra focaia, di orologi per le torri campanarie e di utensili necessari per il lavoro nei campi e nelle officine. Oggi, si realizzano più che altro speroni e morsi per i cavalli, lame d'acciaio di pregiata fattura con cui si forgiano i migliori coltelli del mondo ("leppas") dalla lama affilatissima e dall'impugnatura in corna di montone o di muflone. Inoltre vengono realizzati spiedi, graticole, alari, girarrosti, ringhiere, cancellate, lampadari, coltelli d'uso domestico, arnesi da taglio e attrezzi agricoli. Oltre al ferro era diffusa anche la lavorazione del rame con cui si realizzavano vari tipi di caldaie, pentolame vario da cucina e i bracieri con il bordo in ottone.

L'artigianato del legno, è un'attività artigianale molto antica basata sopprattutto sulla produzione delle tipiche cassapanche create per custodire il corredo familiare, oggi prezioso oggetto d'arredo mobiliare. Il legno usato era principalmente il castagno, ma veniva fatto anche uso del noce, del rovere, del ginepro, del sughero e della ferula. Solitamente venivano lasciati al naturale o dipinti di rosso con sangue caldo di bue, capra o agnello. Gli intagli assumevano le figure di volatili, cavalli e altri animali, fiori e simboli astratti. Altri lavori di produzione lignea, erano il letto, il tavolo, le sedie impagliate, lo scafale portapiatti (su parastaggiu), le arche nuziali, panche, sgabelli, mensole, telai, taglieri, ciotole e statuette.

Risale a tempi antichi anche l'arte dell'intreccio, nata anch'essa dalla forte necessità di risolvere problemi quotidiani. Queste produzioni sono basate sull'utilizzo di materiali naturali, prelevati dalla vegetazione palustre, quali il giunco, culmi di grano, l'asfodelo, la palma nana, la canna, germogli d'olivastro, salice, mirto. Con l'intreccio si producono manufatti di grande complessità estetica, fra i quali i caratteristici cestini, le corbule, i panieri, i canestri, le nasse e le reti da pesca, le funi ed infine "su fassoni", un caratteristico mezzo di trasporto acquatico, particolarmente adatto alla pratica della pesca nei numerosi stagni della zona. Le tecniche di produzione utilizzate sono diverse a seconda di quello che si deve realizzare. I metodi più diffusi sono quattro: l'intreccio a spirale, a graticcio, in diagonale e quello per la realizzazione di stuoie e di steccati in canna.

Altra caratteristica dell'artigianato oristanese è la produzione di tappeti, coperte e arazzi, autentiche opere d'arte realizzate con l'utilizzo di vecchi telai in legno. Oltre alla lana, materia prima per eccellenza nella realizzazione dei prodotti tessili, vengono usati il cotone, il lino e la seta. Le tinte, introdotte nel 1700, erano ottenute essenzialmente da piante e minerali che, a differenza di quelle sintetiche, erano più resistenti nel tempo e davano una migliore tonalità.

Il tessuto sardo più antico è l'orbace, realizzato interamente in lana. Elemento essenziale del vestiario tradizionale dei sardi, è stato il prodotto più comune della tessitura, realizzato in diverse qualità a seconda dell'uso e della classe sociale cui era destinato. Grazie alle sue caratteristiche d'impermeabilità l'orbace era molto usato per confezionare "su saccu de coberri" una coperta utilizzata dai pastori come mantello e anche come tenda.

I migliori prodotti della tessitura sarda si possono considerare quelli destinati all'arredamento della casa quali i manti per coprire le casse di legno intagliate, molto frequenti nell'antica casa sarda. Altri manufatti tipici dell'artigianato sardo erano "is fenugas" o "burras", grande coperta da letto, "is bertulas", le bisacce in cui i pastori e i contadini vi riponevano gli strumenti da lavoro, gli arazzi e i tappeti.

Il costume sardo oristanese è particolarmente elaborato e ricco di ornamenti, testimone della cultura locale e derivato da influenze romane, orientali, ispano-moreschi. Gli ornamenti di cui sono ricchi, spesso realizzati in filigrana, sono intonati all'abito e contribuiscono a dargli maggior risalto: bottoni d'oro e d'argento, anelli, braccialetti, collane, catene ciondoli, amuleti ed orologi, spille e fibbie. Una menzione particolare meritano i lavori realizzati in corallo, come qualità uno dei migliori del mondo.

Oltre agli accurati ricami, frutto del sapiente lavoro di mani esperte, un tempo anche i tessuti venivano colorati tra le mura domestiche utilizzando erbe naturali e tecniche che ognuno teneva gelosamente segrete e che erano poi tramandate di generazione in generazione. Oggi questi abiti sono indossati esclusivamente in concomitanza con le feste popolari e ricorrenze religiose e sono realizzati esclusivamente come produzione artigianale.

Gli elementi tipici del costume maschile sono il berretto, la camicia, il gilet, la giacca e i pantaloni di lino bianco. Spesso troviamo il "cojettu", un mantello di cuoio che arriva alle ginocchia, aperto sul davanti e tenuto da una cintura di cuoio. Il vestito femminile è più sontuoso, più ricco e colorato. La camicia è sempre bianca ed il corsetto è di diversi tagli. La veste può essere con maniche aperte e risalta gli sbuffi della camicia; il corpetto di diverse stoffe e colori, è pieghettato e cucito finemente. Come decorazione vengono usati gioielli d'oro, d'argento, con corallo e perle in alcuni casi in modo incredibilmente ricco.

Gastronomia

Oristano vanta antiche tradizioni gastronomiche formate da un immenso patrimonio le cui radici si perdono nei secoli passati. In seguito agli scambi culturali con i vari popoli che nel corso della storia hanno avuto rapporti con la gente locale, si sono apportate alcume modifiche pur essendo state preservate la ricchezza della propria cultura e civiltà. La cucina oristanese, pertanto, annovera tutte le qualità gradite dal buongustaio, desideroso di immergersi in sapori sempre nuovi e gradevoli.

Fra le specialità della tradizione gastronomica oristanese troviamo la bottarga (uova di muggine, salate, pressate ed essiccate), che può essere servita in tavola come raffinato antipasto o essere utilizzata come condimento per la pasta. Inoltre si produce un ottimo olio, vari tipi di miele, tra cui l'esclusivo miele di rosmarino selvatico, e il tipico casizolu, formaggio realizzato solo con latte di mucche allevate allo stato brado. Degna dei buongustai è l'ottima mrecca, un altro piatto a base di muggine, lessato e avvolto nella zibba (erba palustre della zona).

Per la pasta abbiamo i malloreddus (gnocchetti di pasta di semola) spesso conditi con un sugo alla campidanese. Carne e verdure, oppure anguilla, possono essere il ripieno della tipica torta salata la panada. Caratteristici sono anche i dolci, come i gueffus, i mustazzolus, le zippulas, i gattò, e gli amaretti. La Vernaccia, un tipo di vino speciale, ad altissima gradazione alcolica naturale (da 15 fino a 18 gradi), considerato da dessert viene di solito accostata alla degustazione dei dolci, ma gradito anche come delicato aperitivo.

Non abbiamo molte notizie sulla gastronomia diffusa nel Giudicato di Arborea in quanto gli archivi storici sono andati in gran parte distrutti durante le guerre contro gli Aragonesi e i Francesi. Tuttavia sappiamo che la gran parte delle pietanze si basava su cereali, legumi (zuppe di fave e ceci), uova e verdure. Alla corte dei Giudici, i pranzi venivano serviti annunciati da squilli di trombe e dai giullari. I menu erano certamente più ricchi, con la presenza frequente di carni di cacciagione, carni di maiale, agnello, vitello e pollo. Non si usavano le posate, per cui si mangiava piluccando con le mani.

I cibi erano conditi con pochissimo sale, si faceva largo uso di aglio anche a scopo terapeutico. I cibi venivano arrichiti spesso da salse (importate dagli spagnoli) a base di carne di maiale, agnello e vitello, in particolar modo per condire i ravioli. Spesso le ciliegie e le mele venivano accostate come contorno ai piatti. Nelle tavole dei ricchi, i cibi venivano decorati con della polvere d'oro, o sulla tavola si esibivano dei fenicotteri.

Il pesce era poco frequente nelle tavole oristanesi perchè la popolazione locale basava il suo sostentamento più che sulla pesca, sull'agricoltura e sulle attività artigianali. Inoltre bisogna dire che i mari della nostra costa erano, all'epoca, troppo frequentati da aspiranti conquistatori che minacciavano la sicurezza della gente locale. Comunque, anche se raramente, nelle tavole facevano la loro comparizione piatti a base di cefalo, sardine e anche crostacei come l'aragosta.

Fra i vini, sicuramente molto genuini e prodotti senza addittivi per la conservazione, erano in particolare rossi e molto corposi. Inoltre era diffusa e molto apprezzata la caratteristica vernaccia che anche allora accompagnava il gusto dei dolci, fra i quali spiccavano i "piricchittus" e i "gueffus", di provvenienza dalla Spagna, che ancora oggi sono fra i dolci caratteristici di Oristano.

Sagre

La sagra di Santa Croce è, dopo la Sartiglia, la manifestazione oristanese più importante. Questa sagra, nel passato ben più famosa e importante di quella odierna, era un punto di incontro di genti provvenienti da tutte le parti della Sardegna. La sagra si svolge il giorno 14 settembre nel Foro Boario. Questa piazza viene chiamata anche "sa prazza 'e is bois" perchè un tempo era anche la sede della più grande "Fiera del bestiame" della Sardegna. Da quando l'utilizzo del bestiame come animale da lavoro è stato sostituito da una massicia meccanizzazione agricola delle campagne, il mercato del bestiame ha perso d'interesse e non si svolge più. La festa di Santa Croce, comunque, è stata ed è tuttora sempre viva nel cuore degli oristanesi, che la chiamano con orgoglio "sa festa manna" (la festa grande).

La parte più importante della festa è rappresentata nel rito della processione dell'esaltazione della Croce che, partendo dalla chiesa di San Francesco, segue il percorso della tradizionale processione di "Corpus Domini". È una manifestazione che segue un rito religioso che rinnova i fasti del cenobio di San Francesco che trova le sue origini proprio ad Oristano tra il 1250 e il 1270, quando i frati minori entrarono in possesso del monastero romanico-benedettino-pisano, introducendo in forma solenne la festa religiosa della Santa Croce.

Il santuario della Madonna del Rimedio di Oristano si trova oltre il corso del fiume Tirso, ed è un importante punto di riferimento spirituale per tutta la Sardegna. L'importanza di questo culto è testimoniato dalla straordinaria quantità di ex voto lasciati dai fedeli all'interno del santuario. Questo è meta di pellegrinaggi durante tutto l'anno, ma in particolare nel giorno della festa, l'8 settembre, quando migliaia di fedeli si raccolgono presso la Basilica per seguire le messe che si susseguono senza interruzione per tutta la giornata.

La sagra della Madonna del Rimedio è, per gli oristanesi, una festa di fede, di preghiera alla Madonna in quella basilica, che ha antiche origini, dove da oltre cento anni, dalle cinque del mattino fino a sera tarda, i fedeli si radunano per ringraziare ed esprimere le speranze per il futuro. È la festa di tutti, agricoltori e pastori, impiegati e professionisti, gente di ogni estrazione sociale. La Madonna del Rimedio ha offerto miracoli per questo popolo e continuerà a farli. E questo popolo continuerà ad invocare la sua Madonna, quella che è sempre stata vicina soprattutto nei momenti difficili, che ha steso la sua mano caritatevole a tutti, indistintamente.

Non meno suggestiva è l'aspetto "profano" della festa, che si svolge sul sagrato della chiesa, con l'allestimento di numerosissime bancarelle, tra i profumi degli arrosti di maialetti, muggini e anguille, che fanno da cornice in un atmosfera di immensa felicità.

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